L’Era Digitale: siamo produttori e consumatori di bit e dati

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Pochi sanno che negli anni ’40 è avvenuto il Bit Bang, il momento in cui gli stati di presenza e assenza di energia erano diventati gestibili ed interpretabili. Fu allora che Claude Shannon introdusse nella sua teoria dell’informazione il concetto di bit (dall’inglese BInary digiT, cifra binaria), l’unità di misura più piccola in informatica, rappresentato convenzionalmente da due soli possibili valori 0 (assenza) e 1 (presenza). Due possibili condizioni di stato grazie ai quali è possibile rappresentare numeri, lettere e caratteri particolari mediante la combinazione di una serie di questi; solo per fare qualche esempio la seguenza binaria 1001 corrisponde al valore decimale 9.

Da allora sono trascorsi appena 70 anni di evoluzione tecnologica che hanno portato l’uomo di oggi a divenire l’essere che vive in un’era caratterizzata sempre più dalla Filosofia Digitale, idea archetipica proposta dai fisici Edward Fredkin e Seth Lloyd, il fisico matematico Stephen Wolfram e il matematico Gregory Chaitin. L’uomo è immerso in uno scenario apparentemente caotico rappresentato dai social media, in cui è intercalato con la sua vita ordinaria e quotidiana. Non ci accorgiamo di come la nostra comunicazione sta cambiando radicalmente, non soltanto da un punto di vista narrativo ma piuttosto divulgativo con ritmi frenetici e globali. Non è così improbabile vedere un tweet pubblicato da una persona comune, essere commentato da personalità di spicco situate in altre parti del mondo.

Anche coloro che sono schivi o scettici verso la tecnologia, in realtà sono già immersi in questa inconsciamente o involontariamente: si pensi banalmente ai media televisi e radio che trasmettono il proprio segnale in formato digitale, o ai servizi erogati dalla pubblica amministrazione. Nel momento in cui scriviamo o elaboriamo un nostro pensiero su un dispositivo elettronico non stiamo facendo altro che produrre una grande quantità di bit, bit che saranno consumati e assimilati da altri individui, ma anche da noi stessi. Interessante e molto suggestiva l’espressione del professore Giuseppe Longo che nel suo libro Bit Bang scrive “Prima del Bit Bang? Nulla, nessuna energia, nessun bit. Un miliardesimo di secondo dopo, l’Universo conteneva già 10 elevato alla 50 bit, tanti quanti sono gli atomi che formano la Terra”.

Con la raccolta di questi dati cresce l’esigenza di immagazzinarli in un luogo sicuro e protetto, ma sopratutto catalogarli in modo da non perdere tracce importanti del nostro vissuto. E’ anche normale assistere ad una crescita di coloro che invocano il “diritto all’oblio”, la forma di garanzia che prevede la non diffondibilità sui social media di precedenti giudiziari pregiudizievoli dell’onore di una persona; in un mese, dal 29 maggio al 30 giugno, Google ha ricevuto già 70mila richieste da tutta Europa, mentre dal nostro paese sono arrivate 5.934 domande. Inoltre, c’è chi si preoccupa dei propri dati e account per quando non ci sarà più: si tratta di un problema a cui anche i gestori delle piattaforme online hanno deciso di porre rimedio, implementando apposite aree per permettere agli utenti di decidere del futuro post-mortem della propria vita digitale.

I bit, i dati, la loro concezione e trasformazione in informazione sono tutti step che ormai sono parte integrante della maggior parte delle nostre azioni. La Filosofia Digitale è una materia che può permettere lo sviluppo di nuovi scenari sociali, strade inesplorate che potrebbero rivelare aspetti esclusivi sull’energia umana e su ciò che muove la cosiddetta “realtà”.

 

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